C’è qualcosa di quasi grottesco nel modo in cui le società occidentali riescono a infiammarsi per ogni simbolo e a restare quasi mute davanti ai luoghi reali in cui si decide il loro destino.
Una parola, una bandiera, una manifestazione, un’identità, una polemica televisiva o un conflitto culturale interno possono occupare per giorni giornali, talk show, piazze e parlamenti. Uno stretto marittimo, invece, resta invisibile. Un porto africano acquistato o finanziato da capitali stranieri non commuove nessuno. Una nave costretta a circumnavigare l’Africa non produce indignazione. Un cavo sottomarino, un terminale energetico, un corridoio artico, una base militare nel Mar Rosso o una rotta commerciale interrotta sembrano dettagli per specialisti.
Eppure è lì che passa il potere.
Il titolo nasce da questa sproporzione: tira più un Gay Pride che un Choke Point. Non perché i diritti non contino, non perché le minoranze siano irrilevanti, non perché una società non debba discutere di sé stessa. Ma perché una civiltà che discute solo di sé stessa mentre altri controllano le sue rotte, la sua energia, le sue materie prime, le sue infrastrutture e la sua sicurezza, è una civiltà che ha già iniziato a perdere il contatto con la realtà.
L’errore più grave dell’opinione pubblica occidentale è credere che ciò che accade lontano dal proprio quartiere, dal proprio paese o dal proprio continente sia ininfluente sulla vita quotidiana. Una crisi nello stretto di Hormuz entra nelle bollette. Un blocco a Bab el-Mandeb entra nei prezzi. Un problema nel Canale di Panama entra nella logistica mondiale. Una guerra nel Mar Nero entra nel costo del grano, dell’energia, dei fertilizzanti e della sicurezza. Una rete tecnologica costruita da un fornitore strategicamente ambiguo entra nella sovranità digitale. Una dipendenza industriale entra nella capacità di difendersi.
Il mondo non è astratto. Il mondo è maledettamente reale.
E la cosa più pericolosa è che una parte dell’Occidente sembra averlo dimenticato.
Il punto di partenza, però, non è Pechino. Non è Mosca. Non è Teheran. Il punto di partenza siamo noi.
L’Occidente, dopo aver vinto la grande partita del Novecento, pensò di poter trasformare il mondo in un enorme mercato a propria immagine. Aprì le filiere, spostò le fabbriche, inseguì il costo più basso, chiamò efficienza ciò che spesso era delocalizzazione del rischio, dello sfruttamento e della dipendenza. Le aziende occidentali produssero dove il lavoro costava meno, dove le regole ambientali erano più leggere, dove i vincoli sindacali erano più deboli, dove il controllo politico era più rigido ma economicamente conveniente.
Il consumatore occidentale ebbe prodotti a basso costo. Le imprese ebbero margini più alti. La politica vendette tutto questo come progresso inevitabile. Più commercio, ci dissero, avrebbe significato più pace. Più integrazione avrebbe significato più stabilità. Più mercato avrebbe significato più libertà.
Per qualche decennio sembrò funzionare.
Poi il conto arrivò.
I paesi destinati a essere officine del mondo non rimasero officine. Impararono. Copiarono. Migliorarono. Accumularono capitale. Costruirono infrastrutture, porti, università, reti, flotte, aziende tecnologiche, apparati militari, influenza diplomatica. E soprattutto capirono una cosa che l’Occidente aveva dimenticato: la produzione non è solo economia. È potere.
L’Occidente, cercando il massimo profitto, trasferì pezzi decisivi della propria sovranità industriale. Consegnò tecnologie, processi, filiere, competenze e dipendenze a paesi che un giorno non avrebbero più accettato di essere semplicemente il retrobottega del benessere occidentale. Quei paesi si arricchirono economicamente, ma soprattutto si arricchirono di know-how. E quando una potenza acquisisce ricchezza, capacità produttiva, materie prime, tecnologia e ambizione, prima o poi pretende un ruolo diverso.
Non è necessario sostenere che l’Occidente abbia creato volontariamente il proprio avversario. È sufficiente constatare che ne ha accelerato l’ascesa. Cercando efficienza economica e profitto immediato, ha costruito la leva con cui altri oggi possono condizionarlo.
La globalizzazione non ha eliminato il potere. Lo ha spostato.
E quando il potere si sposta, non resta mai sospeso nel vuoto. Viene raccolto da chi ha visione, pazienza, disciplina e volontà strategica. La Cina ha compreso prima e meglio di altri la nuova natura della partita. Non ha avuto bisogno, almeno nella fase iniziale, di conquistare territori con i carri armati. Ha costruito influenza con porti, ferrovie, debito, tecnologia, infrastrutture, miniere, telecomunicazioni, logistica e finanza.
La Via della Seta non è stata soltanto un progetto commerciale. È stata una dichiarazione geopolitica. Significava costruire corridoi, legare paesi, finanziare infrastrutture, presidiare nodi, entrare nei porti, nelle reti, nei mercati e nei debiti sovrani. Ogni singolo investimento poteva essere presentato come cooperazione economica. Nel complesso, però, disegnava una mappa del potere.
Anche in Europa la penetrazione cinese è stata spesso letta come questione di mercato, non di sicurezza. Si sono visti capitali, non leve strategiche. Si sono viste aziende, non proiezioni di potenza. Si è vista convenienza, non dipendenza.
Il caso delle telecomunicazioni lo ha mostrato con chiarezza. Le reti non sono tubi neutri. Le reti sono infrastrutture critiche. Chi costruisce le reti può creare dipendenza tecnica, influenza, accesso, condizionamento. Lo stesso vale per i porti, per le catene logistiche, per le materie prime, per le piattaforme digitali, per i semiconduttori, per l’energia.
L’Europa, per anni, ha guardato tutto questo come se fosse normale amministrazione economica. Nel frattempo, pezzi della sua autonomia entravano in mani esterne.
E qui nasce la prima grande frattura: l’Occidente continuava a pensare al mercato come a uno spazio neutro; i suoi rivali lo stavano già usando come campo di battaglia.
Per capire questa nuova guerra bisogna tornare alla geografia. Non alla geografia scolastica, fatta di nomi da memorizzare, ma alla geografia del potere.
I choke point sono i punti di strozzatura del commercio mondiale. Stretti, canali, passaggi obbligati, corridoi marittimi, nodi logistici attraverso cui transitano merci, petrolio, gas, cereali, componenti industriali e navi militari. Chi controlla quei punti non controlla soltanto una rotta. Controlla il tempo, il costo, la sicurezza e la prevedibilità dell’economia globale.
Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz, Panama, Bosforo, Dardanelli, Malacca. A questi si aggiungeranno sempre di più le rotte artiche, i cavi sottomarini, i data center, i porti automatizzati, i corridoi energetici e le infrastrutture digitali.
Il cittadino medio non pensa a questi nomi. Le potenze sì.
Le potenze li studiano, li presidiano, li finanziano, li minacciano, li circondano. Sanno che una nave deviata, una rotta insicura, un premio assicurativo più alto, una flotta costretta a intervenire, una strozzatura energetica o un passaggio reso incerto possono produrre effetti enormi senza bisogno di dichiarare guerra a nessuno.
Gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso hanno mostrato la fragilità del sistema. Navi costrette a evitare Suez e Bab el-Mandeb. Rotte allungate verso il Capo di Buona Speranza. Costi maggiori. Ritardi. Pressione sui porti europei. Rischi assicurativi. Incertezza sui mercati. Un gruppo armato, sostenuto dall’Iran, è riuscito a influenzare una delle arterie del commercio mondiale.
Questo è il punto: la guerra contemporanea non deve necessariamente chiudere un canale. A volte basta renderlo incerto.
Lo stretto di Hormuz è ancora più delicato. Anche quando la quota di petrolio diretta fisicamente in Europa non rappresenta la maggioranza dei flussi del Golfo, la sua importanza per il continente resta enorme. In un mercato globale integrato, una crisi a Hormuz non colpisce solo chi riceve direttamente quei barili. Colpisce prezzi, assicurazioni, contratti, noli, aspettative, inflazione, stabilità energetica e capacità industriale.
L’Europa è già fragile per natura: ha poca autonomia energetica, ha perso parte della propria base industriale, dipende da forniture esterne per gas, petrolio, materie prime, fertilizzanti, componenti e beni strategici. In una situazione simile non serve bloccare tutto per mandare in crisi il sistema. Basta ridurre, ritardare, rendere incerto, far salire i costi, creare panico nei mercati.
Hormuz non è solo Medio Oriente. È una leva globale.
Panama racconta un’altra fragilità: quella climatica e infrastrutturale. La siccità ha mostrato quanto un passaggio artificiale, per quanto moderno e controllato, possa diventare vulnerabile. A questo si aggiunge la presenza economica cinese nelle aree portuali e commerciali vicine a molti nodi strategici del mondo. Anche quando non si può parlare di controllo diretto, si può parlare di influenza, presenza, penetrazione economica e capacità di condizionamento.
Nel Mar Nero, invece, il punto decisivo è la Turchia. Il Mar Nero non è un mare libero: è una stanza con una porta. Quella porta è il sistema degli Stretti Turchi: Bosforo, Mar di Marmara e Dardanelli. Ankara, attraverso la Convenzione di Montreux, controlla il passaggio delle navi militari e può limitarlo in caso di guerra. Questo rende la Turchia un attore decisivo e ambiguo: membro della NATO, ma non semplice terminale dell’Occidente; partner economico della Russia, ma non satellite di Mosca; alleato, mediatore, concorrente e potenza autonoma.
Anche qui la geografia svela il potere: non conta soltanto avere una flotta. Conta poterla muovere.
Ma questa non è più soltanto geopolitica classica. È guerra ibrida. Una guerra che non sempre si vede come guerra, perché non sempre usa divise, fronti e dichiarazioni ufficiali.
Si combatte con l’energia, con la logistica, con i debiti, con le infrastrutture, con i porti, con le migrazioni, con la droga, con la propaganda, con i social network, con la polarizzazione interna, con le dipendenze tecnologiche, con le materie prime, con la paura.
Le migrazioni irregolari, in particolare, possono diventare uno strumento di pressione estremamente efficace. Non è necessario immaginare che ogni barcone, ogni trafficante e ogni rotta siano mossi da una mano unica. Ma è ragionevole considerare probabile che flussi migratori non controllati, reti criminali, instabilità africana, finanziamenti opachi, debolezza europea e propaganda politica possano essere usati come arma non convenzionale.
L’efficacia dello strumento è evidente. Le società europee si dividono. I governi entrano in crisi. I sistemi di accoglienza collassano. Le periferie cambiano volto. La sicurezza viene percepita come fuori controllo. Le forze politiche si radicalizzano. L’Unione Europea litiga. Gli Stati si accusano. L’opinione pubblica viene spinta in scontri morali permanenti.
Un’arma non convenzionale funziona proprio così: non distrugge un ponte, ma indebolisce la fiducia interna.
Lo stesso vale per le droghe sintetiche, come il fentanyl negli Stati Uniti. La filiera internazionale dei precursori chimici, il ruolo delle reti criminali, i cartelli, le carenze di controllo e la fragilità sociale americana producono un effetto devastante. Anche qui la domanda non è soltanto chi firmi l’ordine, ma chi trae vantaggio dalla fragilità che ne deriva. Una società devastata da dipendenze, polarizzazione, insicurezza e sfiducia è una società meno capace di proiettare potere nel mondo.
È in questo quadro che le battaglie identitarie diventano terreno perfetto di manipolazione. Diritti, migrazioni, guerre raccontate solo attraverso emozioni, accuse morali, slogan, campagne social, fratture interne: tutto può diventare carburante. Il popolo viene spinto a combattere battaglie permanenti dentro casa, mentre i veri rapporti di forza si muovono lungo rotte, porti, valute, infrastrutture e materie prime.
Non perché ogni battaglia sociale sia falsa. Ma perché ogni battaglia emotiva può essere usata.
Il Medio Oriente resta il luogo in cui energia, religione, potere militare, rotte commerciali e alleanze globali si intrecciano più di quanto l’opinione pubblica occidentale riesca spesso a comprendere.
L’Iran è il cuore di una rete di pressione regionale. Attraverso proxy, milizie, influenza religiosa, capacità missilistiche e posizione geografica, Teheran può agitare più fronti contemporaneamente: Hormuz, Iraq, Siria, Libano, Yemen, Israele, Mar Rosso. Gli Houthi a Bab el-Mandeb hanno inciso direttamente sul traffico marittimo. Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza non controllano Suez, ma contribuiscono a creare pressione sull’arco orientale del Mediterraneo e su Israele.
Israele, da parte sua, non può essere letto soltanto come uno Stato regionale. Agisce secondo una propria agenda nazionale di sicurezza, non è un semplice esecutore degli Stati Uniti, ma è anche uno dei principali perni dell’architettura occidentale in Medio Oriente.
Da decenni riceve sostegno militare, tecnologico, diplomatico e finanziario da Washington. Quel sostegno ha trasformato Israele in una potenza militare estremamente avanzata, collocata in un punto del mondo dove si incrociano Mediterraneo, Medio Oriente, rotte energetiche, mondo arabo, Iran, Suez, Mar Rosso e interessi americani.
Israele è autonoma, ma non isolata. In passato ha ricevuto un favore storico e strategico enorme; in cambio, di fatto, è diventata un punto chiave dell’equilibrio regionale occidentale. Quando colpisce Hamas, Hezbollah o infrastrutture legate all’asse iraniano, agisce per la propria sicurezza, ma l’effetto geopolitico va oltre i suoi confini: indebolisce una rete di pressione che si collega alla più ampia partita tra Occidente e potenze revisioniste.
Questo non rende ogni azione israeliana automaticamente giusta o immune da critica. Ma spiega perché Israele sia molto più di un attore locale. È una piattaforma militare, tecnologica e di intelligence in una zona decisiva del pianeta.
Se la Cina ha scelto la penetrazione economica e l’Iran la pressione indiretta attraverso proxy, la Russia ha scelto il trauma. Dove Pechino costruisce porti, compra influenza e lega paesi attraverso debito e infrastrutture, Mosca usa ancora lo strumento più antico del potere: la guerra.
Ma anche la guerra in Ucraina, letta solo come invasione territoriale, resta incompleta.
Non è sufficiente spiegarla con le risorse ucraine, anche se quelle risorse esistono e fanno gola: grano, acciaio, carbone, industria, porti, energia, minerali, infrastrutture e posizione geografica. Le risorse sono un premio strategico, non necessariamente la causa principale.
La spiegazione più profonda è politica: l’Ucraina era il punto in cui Mosca poteva colpire l’ordine europeo post-1991, testare la reazione occidentale e cercare di dimostrare che l’Europa non era una potenza autonoma.
La Russia non aveva bisogno di arrivare al Mar Nero: al Mar Nero c’era già, da Novorossijsk a Sebastopoli. Il punto era un altro: impedire che l’Ucraina restasse una potenza del Mar Nero integrata nell’Occidente. Kherson, Mykolaiv e Odessa non erano nomi casuali. Erano la linea costiera che avrebbe deciso se Kyiv sarebbe rimasta uno Stato marittimo, commerciale e strategico, o se sarebbe stata ridotta a una massa continentale mutilata, dipendente e molto meno pericolosa per Mosca.
Il movimento russo dal sud mostrava una logica militare chiara: Crimea, Kherson, Mykolaiv, Odessa, forse Transnistria. Se questa direttrice fosse riuscita, l’Ucraina avrebbe perso gran parte del suo valore marittimo e l’intero Mar Nero settentrionale sarebbe diventato un’area sotto pressione russa. Parallelamente, il corridoio terrestre tra Donbass e Crimea avrebbe reso la penisola meno vulnerabile e più facilmente rifornibile.
Ma la guerra non era solo militare. Era una dimostrazione di forza.
Mosca sembrava scommettere sul fatto che Kyiv sarebbe crollata rapidamente, che l’Europa sarebbe stata paralizzata dalla paura, dalla dipendenza energetica e dalle divisioni interne, e che gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a negoziare un nuovo equilibrio di sicurezza in Europa orientale.
In questa scommessa la Russia non agì necessariamente come semplice braccio armato di un blocco orientale compatto, ma dentro una convergenza più ampia di interessi anti-occidentali. Ogni giorno di guerra in Ucraina costringeva l’Occidente a consumare risorse, attenzione, denaro, armi e coesione politica. La Cina osservava. L’Iran traeva spazio. Altri attori revisionisti misuravano la reazione occidentale. L’Ucraina diventava un laboratorio: di guerra, di sanzioni, di logistica, di propaganda, di resilienza, di tenuta industriale.
L’obiettivo russo, quindi, non era semplicemente conquistare territorio. Era neutralizzare Kyiv, consolidare Crimea e Donbass, togliere all’Ucraina profondità marittima, dimostrare che la NATO non protegge chi resta fuori dalla sua soglia formale, mandare l’Europa nel panico e costringere Washington a riconoscere una nuova zona d’influenza russa.
In parte la Russia ebbe ragione.
L’Europa entrò davvero nel panico: energia, gas, inflazione, rifugiati, spesa militare, opinione pubblica, industria, divisioni politiche tra chi voleva sostenere Kyiv a oltranza e chi voleva trattare subito. La guerra mostrò che l’Europa non aveva autonomia strategica piena e che la sicurezza del continente dipendeva ancora in larga parte dagli Stati Uniti, dalla NATO, dall’intelligence americana, dalla logistica occidentale e dall’ombrello militare americano.
Ma la Russia ebbe ragione solo a metà.
La fragilità europea non produsse resa definitiva. Produsse anche reazione. L’Ucraina non crollò, Kyiv non cadde, Zelensky non fuggì, l’esercito ucraino resistette e l’Occidente si ricompattò più di quanto Mosca avesse previsto. Finlandia e Svezia entrarono nella NATO, la Polonia assunse un ruolo centrale, i paesi baltici rafforzarono la loro posizione, la Germania fu costretta a ripensare la difesa, l’Europa ridusse drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia e la NATO ritrovò una missione chiara.
Militarmente la Russia mostrò un paradosso: enorme potenza, ma capacità operativa insufficiente. Aveva artiglieria, missili, carri, uomini, profondità strategica e arsenale nucleare. Ma nel 2022 non dimostrò di saper condurre una guerra moderna complessa su larga scala. Mancata superiorità aerea piena, logistica fragile, colonne esposte, comunicazioni vulnerabili, coordinamento insufficiente tra fanteria, corazzati, aviazione e artiglieria, sottovalutazione del nemico e dispersione su troppi assi trasformarono la guerra lampo in guerra d’attrito.
Gli ucraini, sostenuti dagli Stati Uniti e dagli alleati, combatterono invece una guerra difensiva più coerente con le proprie possibilità. Difendere è più semplice che conquistare, soprattutto quando si conosce il territorio e si ha motivazione nazionale. Ma l’Ucraina fece anche molto di più: sfruttò intelligence occidentale, droni, sistemi anticarro, difesa territoriale, comunicazioni, flessibilità di comando, colpi alla logistica e capacità di adattamento.
In questo senso l’Ucraina, appoggiata dagli americani, seppe fare la guerra moderna meglio della Russia nella fase decisiva iniziale.
La Russia ottenne successi reali: Mariupol, il corridoio terrestre verso la Crimea, gran parte del Mar d’Azov, ampie zone di Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson orientale. Ma fallì il piano massimo: non prese Kyiv, non prese Kharkiv, non prese Odessa, non trasformò l’Ucraina in uno Stato sottomesso, non spezzò definitivamente l’Occidente. Fu cacciata dal nord, respinta da Kyiv, costretta a ritirarsi da Kharkiv e poi da Kherson città, l’unico capoluogo regionale conquistato nella fase iniziale.
La formula più corretta è questa: Mosca ottenne destabilizzazione, ma non controllo. Creò panico, ma anche reazione. Dimostrò brutalità, ma non superiorità. Mise a nudo la debolezza europea, ma nello stesso tempo risvegliò la NATO.
Questa lettura si inserisce perfettamente nella tesi generale: le potenze revisioniste non devono necessariamente vincere in modo classico per indebolire l’Occidente. Possono costringerlo a spendere, dividersi, reagire, consumare arsenali, mostrare dipendenze, scoprire fragilità, radicalizzare opinioni pubbliche e perdere fiducia nella propria capacità di governo.
In Ucraina la Russia ha provato a fare esattamente questo. E ci è riuscita solo a metà: abbastanza da ferire l’Europa, non abbastanza da piegarla.
La guerra in Ucraina ha mostrato ciò che molti non volevano vedere: l’Europa è ricca, regolata, colta, moralmente ambiziosa, ma spesso incapace di potere.
Ha delegato la sicurezza agli Stati Uniti. L’energia a fornitori esterni. La produzione all’Asia. Le materie prime al mercato globale. La tecnologia alle piattaforme americane o cinesi. La politica estera a compromessi interni infiniti. Quando arriva una crisi vera, l’Europa discute. Discute sulle sanzioni, sui migranti, sulle armi, sui confini, sull’energia, sul debito, sulle regole, sui diritti.
La discussione è nobile in tempo di pace. Ma in tempo di guerra ibrida può diventare paralisi.
Il continente sembra spesso più interessato a giudicare sé stesso che a difendersi. Una parte della cultura politica europea appare convinta che la forza sia sempre un problema, che il confine sia sempre una colpa, che l’identità sia sempre un pericolo, che la sovranità sia sempre arretratezza. Questa mentalità, in un mondo governato da potenze che non condividono gli stessi scrupoli, diventa vulnerabilità strategica.
Il punto non è rinunciare ai valori occidentali. Il punto è capire che i valori senza potere diventano prediche. E le prediche non proteggono i porti, non riforniscono le fabbriche, non fermano le flotte, non controllano le rotte, non sostituiscono il gas, non producono semiconduttori e non difendono i confini.
Una civiltà può essere aperta solo se è anche sicura. Può essere generosa solo se è sovrana. Può difendere i diritti solo se conserva gli strumenti materiali per farlo. Altrimenti resta con il linguaggio della morale e perde la sostanza della libertà.
Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno compreso, forse in ritardo, che la globalizzazione aveva rafforzato il loro principale concorrente. Le politiche protezionistiche, i dazi, la pressione sulla Cina, il ritorno della questione industriale, il controllo delle filiere tecnologiche e l’attenzione ai choke point possono essere letti come parte di una reazione imperiale: non espandere un dominio in crescita, ma difendere un dominio percepito come minacciato.
Trump, al di là dello stile personale e delle provocazioni, ha rappresentato una forma brutale di questa consapevolezza. Dietro le uscite apparentemente caotiche si intravedeva un asse: ridurre la dipendenza cinese, costringere gli alleati a pagare di più per la difesa, ripensare le catene industriali, guardare alla Groenlandia, a Panama, al Venezuela, all’energia, ai confini, alla concorrenza tecnologica.
Non è necessario trasformare Trump in un genio strategico. Più correttamente, egli intercetta e radicalizza una tendenza già presente negli apparati americani: l’idea che gli Stati Uniti non possano più permettersi una globalizzazione che arricchisce il proprio sfidante e indebolisce la propria base industriale.
Anche l’interesse per la Groenlandia, spesso deriso come bizzarria, va letto dentro questa cornice. L’Artico non è una fantasia geografica. È il futuro di nuove rotte, nuove risorse, nuovi corridoi, nuove basi e nuovi equilibri tra Nord America, Europa e Russia. Chi controlla il Grande Nord controlla una parte della geografia futura. Russia e Cina lo hanno capito da tempo. L’Occidente, spesso, arriva tardi.
La stessa logica vale per il Venezuela, per Panama, per la pressione sull’Iran, per il controllo delle forniture energetiche e per la necessità di tagliare i rifornimenti ai rivali più che di impossessarsi direttamente di ogni risorsa. Gli Stati Uniti, molto meno dipendenti dal petrolio mediorientale rispetto al passato, non guardano più solo all’approvvigionamento diretto. Guardano al controllo dei flussi globali e dei rivali che da quei flussi dipendono.
È una reazione dura, a tratti scomposta, rischiosa. Ma nasce da una consapevolezza reale: il potere mondiale sta cambiando mano, e chi difende un impero è spesso più pericoloso di chi lo sta costruendo.
In questo quadro l’Italia rappresenta un caso interessante. È un paese medio, con risorse limitate, debito alto, posizione geografica delicata e forte esposizione mediterranea. Ma proprio per questo può comprendere prima di altri il valore della diversificazione energetica, del controllo dei flussi migratori, della difesa industriale, della proiezione in Africa e della distanza da accordi troppo vincolanti con potenze revisioniste.
L’uscita dalla Via della Seta, il tentativo di costruire rapporti energetici alternativi, la centralità del Mediterraneo, l’attenzione ai flussi migratori e la ricerca di autonomia produttiva possono essere letti come elementi di una risposta possibile. Non sufficiente, forse. Ma necessaria.
Il problema è che un singolo paese europeo può fare poco se il continente nel suo insieme resta indeciso. Davide può colpire Golia solo se sa dove mirare. Ma se attorno a lui tutti discutono se la fionda sia moralmente accettabile, la pietra non parte mai. In questo scenario l’Italia ha comunque deciso di reagire e non stare a guardare. Nel suo piccolo ha cercato di garantire una diversificazione degli approvvigionamenti energetici e di estendere il campo di influenza in Africa, futuro grande mercato globale. Ha cercato di porre un freno a questa arma ibrida dell'immigrazione, in particolare creando un precedente poco conosciuto e mal raccontato come quello degli hotspot albanesi. Grazie inoltre alla stabilità politica degli ultimi anni ed ad una leader forte e ben vista nello scenario internazionale, ha cercato di rimettere il Paese in una posizione diversa, in modo da poter avere un confronto con i partner internazionali più utile e proficuo.
L’Italia può provare a costruire una propria linea: più Mediterraneo, più Africa, più energia, più industria, più controllo dei confini, più attenzione alle infrastrutture, meno ingenuità verso le penetrazioni straniere. Ma se l’Europa nel suo complesso continua a muoversi come un gigante economico senza volontà politica, ogni tentativo nazionale rischia di restare isolato.
Il mondo non è governato dai buoni sentimenti. Non lo è mai stato. È governato da interessi, potere, risorse, geografia, paura, ambizione e capacità di usare le debolezze altrui.
Questo non significa rinunciare alla morale. Significa smettere di confonderla con la realtà.
L’Occidente si è cacciato in una trappola costruita con le proprie mani. Ha cercato profitto, ha delocalizzato, ha perso industria, ha affidato energia e produzione ad altri, ha trasformato i propri valori in strumenti di conflitto interno, ha dimenticato la geografia e ha creduto che il mercato avrebbe addomesticato la storia.
La storia, invece, è tornata.
Oggi la guerra non passa solo dai campi di battaglia. Passa dai choke point, dalle migrazioni, dal fentanyl, dai social network, dai porti africani, dai cavi sottomarini, dalle basi artiche, dalle reti 5G, dalle petroliere, dalle sanzioni, dai droni, dai data center e dai debiti. Passa anche dalle piazze occidentali, dove popoli spesso inconsapevoli vengono mobilitati su temi emotivi, mentre le grandi partite si giocano altrove.
Fa sorridere, o forse no, vedere con quanta forza si scenda in piazza per ogni questione identitaria e con quanta poca attenzione si guardi ai nodi reali del potere mondiale. Non perché i diritti non contino, ma perché una civiltà che perde energia, industria, sicurezza, autonomia e controllo delle rotte non riuscirà a proteggere nemmeno quei diritti che proclama.
Tira più un Gay Pride che un Choke Point, perché il primo parla alla pancia emotiva del presente, mentre il secondo richiede cultura strategica, memoria storica e capacità di vedere l’invisibile.
Ma il destino dell’Occidente non si deciderà nei talk show. Si deciderà nei porti, negli stretti, nei deserti, nei mari, nelle fabbriche, nelle reti, nei cieli e nella capacità dei popoli di alzare finalmente la testa.
Perché mentre discutiamo del dito, la montagna si sta staccando.
E questa volta potrebbe davvero caderci addosso.