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C’è un punto che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: quello che abbiamo visto a Torino, Bologna e in Val di Susa non è semplice “tensione di piazza”. Non è spontaneità. Non è dissenso che sfugge di mano. È un metodo.
Cambia il pretesto, cambia la città, cambia la sigla da mettere sullo striscione. Ma lo schema è sempre lo stesso: una manifestazione, un contesto emotivo o politico forte, una parte pacifica che fa da cornice, e poi gruppi organizzati che trasformano tutto in guerriglia urbana.
È accaduto a Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir, con un fascicolo aperto dalla Procura e 12 indagati per gli scontri del 20 luglio. È accaduto pochi giorni dopo in Val di Susa, dove l’assalto ai cantieri TAV ha prodotto un bilancio pesantissimo: oltre cento feriti tra le forze dell’ordine, centinaia di persone identificate, mezzi danneggiati e materiale sequestrato, tra molotov, ordigni artigianali, maschere antigas, caschi e passamontagna.
In Val di Susa sono state identificate 436 persone già nella prima fase, alcune provenienti da Francia, Germania e Belgio. Nei giorni successivi sono stati fermati cittadini tedeschi e sono proseguiti controlli e identificazioni. Il questore di Torino ha parlato di “laboratorio europeo della guerriglia urbana”. Parole dure, ma difficili da liquidare come propaganda davanti ai fatti.
E allora la domanda vera non è più soltanto: “come si gestisce l’ordine pubblico durante una manifestazione?”. La domanda vera è: come si contrasta un sistema organizzato che usa la manifestazione come copertura per colpire lo Stato?
Non sono quattro scappati di casa
Bisogna smetterla con la narrazione comoda del gruppo di ragazzi arrabbiati che, presi dall’emotività, perde il controllo.
Chi arriva in piazza con caschi, passamontagna, maschere antigas, materiale esplodente, tecniche di dispersione, supporto logistico e copertura legale non sta improvvisando. Sta applicando un metodo.
Lo abbiamo già visto con i vademecum distribuiti in occasione delle manifestazioni pro Askatasuna: indicazioni operative, numeri di telefono, riferimenti legali, istruzioni su come comportarsi in caso di fermo o arresto. Non è folklore antagonista. È organizzazione.
E quando un movimento è organizzato a tal punto da preparare preventivamente lo scontro, non siamo più davanti alla spontaneità del dissenso. Siamo davanti a reti politiche radicalizzate, capaci di predisporre logistica, comunicazione, copertura e strategia.
Il diritto a manifestare è sacro. Ma non esiste alcun diritto alla guerriglia urbana.
Una democrazia tutela chi protesta pacificamente. Non deve arretrare davanti a chi incendia mezzi, aggredisce agenti, danneggia cantieri, devasta città e poi pretende pure di essere raccontato come un romantico oppositore del sistema.
Lo Stato si sta muovendo, ma la prevenzione non si vede in televisione
Qualcosa, va detto, si sta muovendo.
Dopo gli scontri in Val di Susa, il Prefetto di Torino ha adottato ordinanze che vietano il campeggio libero in alcune aree, vietano il possesso senza giustificato motivo di oggetti idonei a occultare il volto — caschi, maschere antigas, passamontagna — e limitano l’accesso organizzato a sentieri, strade e aree vicine ai cantieri TAV.
Questo significa che lo Stato ha compreso un punto essenziale: il problema non è solo il corteo. Il problema è tutto ciò che precede il corteo.
I punti di raccolta. Gli spostamenti. La logistica. I materiali. I percorsi. I luoghi dove dormire. I canali di comunicazione. Le reti di supporto. La capacità di arrivare, colpire e sparire.
Ed è qui che entra in gioco l’intelligence.
Non quella cinematografica. Quella vera. Raccolta informativa, analisi dei movimenti, identificazioni, incrocio di immagini, lavoro su filmati, droni, social, dispositivi, contatti, reti, precedenti, collegamenti internazionali.
È un lavoro lento, silenzioso, poco appariscente. Non produce il titolo immediato. Non dà soddisfazione istantanea. Ma è l’unico modo serio per colpire la rete, non solo il singolo incappucciato preso a fine giornata.
La repressione arriva dopo. L’intelligence arriva prima.
Il trucco: usare le garanzie democratiche contro la democrazia
L’Italia è una democrazia costituzionale. E fa bene a esserlo.
L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto dei cittadini a riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le manifestazioni in luogo pubblico serve il preavviso, e l’autorità può vietarle solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.
Questa è una garanzia fondamentale. Ma proprio qui si inserisce la strategia dei violenti: usare il diritto di manifestare come scudo, confondersi tra i manifestanti pacifici, arrivare travisati, colpire, cambiare abiti, disperdersi, sfruttare boschi, sentieri, stazioni, campeggi e presidi.
Non è casuale. È una tecnica costruita per mettere in difficoltà lo Stato democratico.
Perché lo Stato democratico deve distinguere. Deve provare. Deve identificare. Deve contestare. Deve processare. Non può agire come una dittatura. Non può colpire nel mucchio. Non può sospendere i diritti perché qualcuno li usa male.
Il violento invece sfrutta esattamente questa asimmetria: si nasconde nella massa, colpisce in gruppo, si disperde rapidamente, usa l’anonimato come arma.
Loro giocano sulla lentezza fisiologica dello Stato di diritto. Lo Stato deve rispondere diventando più intelligente, non più isterico.
Perché lo fanno: destabilizzare
C’è poi una domanda che non possiamo più evitare: perché questi gruppi agiscono così?
Perché attraversare confini, organizzare trasferte, preparare materiali, studiare i luoghi, scegliere cantieri strategici, muoversi nei boschi, arrivare travisati, colpire e poi disperdersi?
Per gioco? Per rabbia improvvisa? Per “militanza romantica”?
No. Questa è una lettura ingenua.
Quando un sistema è così organizzato, non agisce per divertimento. Agisce per uno scopo. E lo scopo è sempre lo stesso: destabilizzare.
Destabilizzare un cantiere strategico. Destabilizzare una città. Destabilizzare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Destabilizzare un Governo. Creare la percezione che lo Stato non controlli più il territorio, che ogni decisione pubblica possa essere bloccata con la violenza, che ogni opera possa essere trasformata in un fronte permanente di guerra politica.
Questi non sono quattro scappati di casa. Non lo sono per preparazione, non lo sono per metodo, non lo sono per capacità di coordinamento.
Poi si potrà discutere caso per caso su chi organizza, chi finanzia, chi copre, chi ispira e chi utilizza questi gruppi. Ma il punto politico resta: la violenza organizzata non nasce mai nel vuoto.
Ha bisogno di ambienti che la tollerano, reti che la proteggono, narrazioni che la giustificano e, talvolta, interessi più grandi che la trovano utile.
La guerra ibrida non è fantapolitica
Oggi la guerra non è più soltanto quella dei carri armati.
Esiste una guerra economica, tecnologica, informativa, sociale, culturale. Una guerra fatta di pressione sulle infrastrutture, controllo delle materie prime, dipendenza industriale, disinformazione, cyberattacchi, delegittimazione delle istituzioni e frattura del consenso interno.
La NATO definisce le minacce ibride come l’uso combinato di strumenti militari e non militari, coperti e scoperti: disinformazione, cyberattacchi, pressione economica, sabotaggi, uso di gruppi irregolari, azioni pensate per confondere il confine tra pace e guerra e destabilizzare le società.
L’Unione Europea ha denunciato campagne ibride persistenti contro gli Stati membri, fatte non solo di cyberattacchi, ma anche di sabotaggi, attacchi fisici, manipolazione dell’informazione, interferenze e azioni coercitive.
In questo quadro, sarebbe ingenuo leggere ogni episodio di violenza organizzata solo come un fatto locale.
Questo non significa sostenere, senza prove, che ogni black bloc sia pagato da Pechino o che ogni scontro di piazza sia diretto da una potenza straniera. Sarebbe una semplificazione inutile e facilmente attaccabile.
Significa però dire una cosa molto più seria: ogni Paese ostile agli interessi italiani ed europei trae vantaggio da una democrazia occidentale più debole, più divisa, più impaurita, più sfiduciata verso le proprie istituzioni.
Chi vuole indebolire l’Italia non ha bisogno di invaderla. Gli basta alimentare fratture, sostenere narrazioni antisistema, amplificare conflitti, delegittimare le forze dell’ordine, bloccare infrastrutture strategiche, trasformare ogni decisione pubblica in una crisi permanente.
La Cina, insieme alla Russia, è indicata dalla NATO tra gli attori che utilizzano strumenti ibridi, cyber, economici e informativi per esercitare pressione sull’Occidente. Il Concetto Strategico NATO del 2022 parla esplicitamente delle operazioni ibride e cyber della Repubblica Popolare Cinese, della disinformazione, del controllo di settori tecnologici e industriali chiave, delle infrastrutture critiche, dei materiali strategici e delle catene di approvvigionamento.
È una guerra diversa. Meno visibile. Meno dichiarata. Ma non per questo meno reale.
Qualcuno la chiama Terza guerra mondiale a bassa intensità. La formula è forte, forse imperfetta, ma rende l’idea: non siamo davanti a un conflitto tradizionale, bensì a una pressione continua sulle democrazie occidentali, combattuta più con strategia, economia, tecnologia, propaganda e destabilizzazione interna che con le armi convenzionali.
E proprio perché non assomiglia alle guerre del passato, molti faticano a riconoscerla.
Ma non riconoscerla è il modo migliore per perderla.
L’esercito non è la risposta magica
Ogni volta che accadono episodi simili qualcuno dice: “Mandiamo l’esercito”.
È una frase comprensibile emotivamente, ma sbagliata se diventa la soluzione politica.
Va chiarito un punto: non è vero che l’esercito possa essere impiegato sul territorio nazionale solo in caso di guerra. L’operazione Strade Sicure, attiva dal 2008, prevede l’impiego di militari in concorso con le forze di polizia per vigilanza di obiettivi sensibili, prevenzione della criminalità e presidio del territorio. Anche l’area TAV rientra tra i contesti citati dal Ministero della Difesa.
Ma questo non significa che l’esercito debba diventare il reparto antisommossa della Repubblica.
I militari possono presidiare, proteggere, sorvegliare. L’ordine pubblico di piazza resta compito delle forze di polizia, che hanno addestramento, regole d’ingaggio, responsabilità e competenze specifiche.
Militarizzare la piazza sarebbe anche un regalo politico ai violenti. Basterebbe una foto, un errore, un contatto fisico, e la narrazione diventerebbe immediatamente “lo Stato contro il dissenso”. Esattamente quello che certi ambienti cercano.
La forza va usata quando serve. Ma la partita vera si gioca prima: prevenzione, intelligence, identificazione, isolamento dei gruppi violenti.
Cosa fanno gli altri Paesi
All’estero non esiste un modello unico.
La Francia ha una tradizione di ordine pubblico più muscolare della nostra: le autorità possono vietare manifestazioni se vi è rischio per l’ordine pubblico, intervenire sul trasporto di oggetti potenzialmente utilizzabili come armi e sanzionare duramente il volto coperto durante manifestazioni con rischio di disordini.
La Germania vieta nelle manifestazioni pubbliche all’aperto sia gli strumenti pensati per impedire l’identificazione, sia quelli idonei a respingere interventi delle autorità. È il cosiddetto divieto di travisamento e di equipaggiamento difensivo nei cortei.
Il Regno Unito, con il Public Order Act 2023, ha introdotto nuovi reati contro forme di protesta altamente disruptive, come il blocco fisico tramite locking-on, l’ostruzione di grandi opere di trasporto, l’interferenza con infrastrutture nazionali chiave e l’estensione di poteri di stop and search.
Sono modelli diversi, spesso più duri del nostro. Ma l’Italia ha una storia costituzionale, giuridica e politica differente. Da noi non basta dire “facciamo come in Francia” o “facciamo come in Germania”. Bisogna muoversi dentro i nostri confini costituzionali.
Cambiare la Costituzione? Difficile. E forse non serve
La Costituzione si può modificare, ma non con uno slogan.
L’articolo 138 prevede una procedura aggravata: doppia deliberazione di Camera e Senato, intervallo minimo di tre mesi, maggioranze qualificate e possibile referendum confermativo se non si raggiungono i due terzi.
In un Paese normale sarebbe già complicato. In un Paese in cui ogni strumento di prevenzione viene spesso descritto come “deriva autoritaria”, diventa quasi impossibile.
Ed è qui che il problema politico esplode.
Perché si può essere contro la TAV. Si può essere ambientalisti. Si può criticare il Governo. Si può contestare la gestione dell’ordine pubblico. Tutto legittimo.
Ma quando davanti a molotov, caschi, passamontagna, bombe carta, agenti feriti e cantieri devastati la prima preoccupazione è minimizzare, contestualizzare, giustificare o attaccare chi difende lo Stato, allora il confine politico è superato.
La democrazia non muore quando identifica un violento. La democrazia muore quando finge di non vederlo.
Riconoscimento facciale: serve equilibrio, non ideologia
Il dibattito sul riconoscimento facciale va affrontato senza isterie.
È uno strumento delicato, certo. I dati biometrici non sono dati qualunque. Servono limiti, autorizzazioni, controlli, tracciabilità, responsabilità chiare.
Ma non si può nemmeno pretendere che lo Stato identifichi chi arriva travisato, colpisce e fugge, e poi gridare allo scandalo ogni volta che si propone uno strumento tecnologico per farlo.
L’AI Act europeo vieta in via generale l’identificazione biometrica remota in tempo reale negli spazi pubblici per finalità di polizia, ma prevede eccezioni limitate, condizionate e sottoposte ad autorizzazioni e garanzie. In Italia il Governo sta lavorando al recepimento del quadro europeo anche rispetto agli strumenti a disposizione delle forze di polizia, con un dibattito acceso tra maggioranza, opposizioni e garanzie richieste in materia di diritti fondamentali.
Il punto non è scegliere tra libertà e sicurezza. Il punto è costruire regole perché la sicurezza difenda la libertà, non la cancelli.
Non serve uno Stato che controlli tutti. Serve uno Stato che sappia riconoscere chi usa la violenza organizzata per colpire tutti.
La sinistra deve scegliere da che parte stare
C’è poi un tema politico enorme.
Ogni volta che accadono episodi di questo tipo, una parte della sinistra radicale appare più preoccupata di giustificare, contestualizzare, ridimensionare o spostare il discorso sulle “ragioni della protesta”, piuttosto che condannare senza ambiguità chi aggredisce lo Stato.
E qui bisogna essere chiari: le ragioni politiche non assolvono la violenza.
Non la assolvono quando viene da destra. Non la assolvono quando viene da sinistra. Non la assolvono quando si traveste da ambientalismo, antifascismo, anticapitalismo, solidarietà sociale o opposizione a un’opera pubblica.
Una forza politica seria può criticare il Governo, contestare una legge, opporsi alla TAV, difendere il diritto di manifestare.
Ma deve dire una frase semplice, netta, definitiva: chi usa la violenza contro le forze dell’ordine non è un compagno che sbaglia, è un nemico della convivenza civile.
Se quella frase non arriva, o arriva sempre con un “però”, allora il problema politico esiste.
Perché il “però” dopo una molotov è già una resa morale.
La risposta non è solo ordine pubblico: è sicurezza nazionale
Non basta più arrestare chi lancia una pietra. Bisogna capire chi ha preparato quella piazza, chi l’ha resa possibile, chi la racconta come “resistenza”, chi la protegge politicamente, chi la usa mediaticamente, chi la finanzia direttamente o indirettamente, chi ne trae vantaggio.
Il violento di piazza è spesso l’ultimo anello della catena. Lo Stato deve risalire la catena.
E se qualcuno si scandalizza per questo, dovrebbe chiedersi da che parte sta: dalla parte del diritto a manifestare pacificamente o dalla parte di chi usa la piazza come arma contro la democrazia.
Perché una democrazia che non sa difendere le proprie piazze finisce per consegnarle ai più violenti. E quando comandano i più violenti, non c’è più libertà di manifestare. C’è solo la legge del più organizzato, del più aggressivo, del più disposto a distruggere.
Ma sarebbe un errore fermarsi alla superficie.
Dietro la violenza di piazza non c’è soltanto rabbia sociale. C’è spesso metodo, struttura, ideologia, copertura e talvolta un interesse politico più ampio: indebolire lo Stato, delegittimare le istituzioni, rendere ingovernabile il territorio.
È per questo che la risposta non può essere soltanto ordine pubblico. Deve essere intelligence. Deve essere prevenzione. Deve essere capacità dello Stato di leggere il conflitto prima che esploda.
O continuiamo con il rito stanco dell’indignazione del giorno dopo, qualche arresto, qualche comunicato, qualche talk show e poi tutto come prima.
Oppure riconosciamo che la violenza di piazza è diventata un fenomeno organizzato, mobile, transnazionale, capace di sfruttare le garanzie democratiche contro la democrazia stessa.
Non serve sospendere la Costituzione. Serve applicarla fino in fondo.
Non serve militarizzare le città. Serve intelligence.
Non serve colpire chi manifesta pacificamente. Serve isolare chi usa i manifestanti pacifici come scudo.
Non serve uno Stato isterico. Serve uno Stato lucido.
Perché oggi la sicurezza nazionale non si difende solo ai confini. Si difende anche nelle piazze, nei cantieri, nelle infrastrutture, nelle reti informative, nella capacità di impedire che la protesta venga sequestrata da chi vuole trasformarla in arma di destabilizzazione.
Lo Stato non può permetterselo.
E i cittadini perbene, qualunque idea politica abbiano, non dovrebbero accettarlo.
Riferimenti e fonti
1. Scontri No TAV in Val di Susa, identificazioni, provenienza estera, materiale sequestrato e danni
ANSA – Guerriglia No TAV e feriti tra le forze dell’ordine
2. Fermi di cittadini tedeschi e ulteriori identificazioni dopo il Festival Alta Felicità
ANSA – Identificazioni e fermi dopo il Festival Alta Felicità
3. Scontri di Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir
RaiNews – Dodici indagati per gli scontri di Bologna
4. Ordinanze su campeggi, travisamenti e accessi vicino ai cantieri TAV
Open – Ordinanze su campeggi e accessi vicino ai cantieri TAV
5. Articolo 17 della Costituzione italiana
Senato della Repubblica – Articolo 17 della Costituzione
6. Articolo 138 della Costituzione italiana
Senato della Repubblica – Articolo 138 della Costituzione
7. Articolo 78 della Costituzione italiana
Senato della Repubblica – Articolo 78 della Costituzione
8. Operazione Strade Sicure
Ministero della Difesa – Operazione Strade Sicure
9. Disciplina francese sulle manifestazioni e sull’ordine pubblico
Légifrance – Disciplina francese su manifestazioni e ordine pubblico
10. Dissimulazione del volto in Francia
Service-Public.fr – Dissimulazione del volto in Francia
11. Germania, divieto di travisamento e di equipaggiamento difensivo nei cortei
Normativa tedesca – Divieto di travisamento nei cortei
12. Regno Unito, Public Order Act 2023
Governo britannico – Public Order Act 2023
13. AI Act europeo e identificazione biometrica remota
Unione europea – AI Act, articolo 5
14. NATO, minacce ibride
NATO – Contrasto alle minacce ibride
15. Strategic Concept NATO 2022
NATO – Strategic Concept 2022
16. Unione Europea e campagne ibride contro gli Stati membri
Consiglio dell’Unione europea – Campagne ibride contro gli Stati membri/